MAGNI CHIORDA

Fonti: Paramanubrio, ricerca archivistica

Grazie a: Simone Sabattini

Nonostante la Magni Chiorda abbia lasciato un segno importante nella storia del ciclismo grazie ai traguardi raggiunti dalle squadre G.S. Philco (1960-1962) e G.S. Salvarani (dal 1963 al 1965), poche sono le informazioni disponibili sull'azienda e sull'aspetto tecnico di costruzione dei telai. In questo articolo vengono illustrati i tratti fondamentali del marchio e delle biciclette da corsa Magni Chioda negli anni 1960, 1961 e 1962, gli anni successivi sulla squadra Chiorda Salvarani verranno trattati e integrati in futuro (o almeno ci proveremo).

1961 Giro d’Italia, Giacomo Fini, Arrigo Padovan e Adriano Zamboni

1961 Èmilie Daemes vince la Milano Sanremo per il G.S. Philco su bici Magni Chiorda.

Erano i primi anni del ‘900 quando ad Albino (Bergamo) i tre figli del farmacista Carlo, Vito, ed Ettore Chiorda fondarono la Cicli Chiorda. Nel 1906 il giovane corridore dilettante Ettore, su una bicicletta uscita dalla propria officina, vinse il campionato sociale UCB, in seguito gareggiò alla pari contro campioni come Giovanni Gerbi e Costante Girardengo e partecipò al Giro d’Italia del 1922.
Nel 1906 il giovane corridore dilettante Ettore Noris Chiorda su una bicicletta uscita dalla sua officina vince il campionato sociale UCB, in seguito gareggerà contro campioni come Giovanni Gerbi e Costante Girardengo e parteciperà al Giro d’Italia del 1922.
La produzione era inizialmente ad Albino, Il campanile che compare nei primi marchi Chiorda è, infatti, quello di Piazza Vittorio Veneto a Bergamo. Nel 1960 la Chiorda divenne proprietà di Angelo Trapletti, industriale bergamasco che in seguito acquisirà anche la Bianchi. La produzione assunse quindi a quel tempo una dimensione industriale e venne spostata a Vigano San Martino, sempre in provincia di Bergamo. 

A partire dal 1960 e fino al 1962 il top di gamma dell’azienda divenne il modello creato in sinergia con Fiorenzo Magni con il marchio “Magni Chioda Bergamo”. La produzione prevedeva sia la produzione di biciclette di serie di alta gamma che quella per il reparto corse, tutte distinte dal colore, che rimarrà caratteristico delle Chiorda, di una particolare tonalità di blu. Dal 1960 al 1962, sia per le bici di serie che quelle del reparto corse, vennero usati 2 diversi fregi (senza rivetti) di seguito Illustrati nelle immagini. Le decalcomanie riportavano il fregio e la scritta “Magni” sul tubo diagonale.
Dal 1963 al 1965 vennero mantenute le decalcomanie sul diagonale (anche se con grafica diversa) mentre il fregio (non più in metallo) riportava solo il marchio Chioda.
Dal 1962, come riportato nel catalogo ufficiale, l’azienda proponeva due modelli “specialissima per professionisti” dove a cambiare erano solo i componenti: Campagnolo Gran Sport-Univesal per il modello “Leone delle Fiandre Campagnolo” e Simplex-Mafac per il modello “Leone delle Fiandre Simplex”.

In comune per entrambi i modelli il telaio, costruito con tubi Columbus leggeri conificati e verniciatura blu Chiorda-Magni, così come il manubrio Cinelli in acciaio. Stesso binomio per le squadre Philco anche se in anni diversi, nel 1960 le biciclette dei corridori erano montate Simplex-Mafac, mentre nel due anni successivi vennero scelti componenti Campagnolo e Universal 61, anche se alcuni corridori scelsero il gruppo Campagnolo già nel 1960, il manubrio era sempre a discrezione del corridore.

L’impegno fu portato al massimo livello anche dal punto di vista tecnico-agonistico e per il ruolo di capo meccanico della squadra fu chiamato Ernesto Colnago.  Dal 1960 il telaista Piero Piazzalunga si dedicava alla linea delle specialissime e fece il suo esordio nelle corse proprio con la squadra Philco.  Successivamente meccanico della squadra Salvarani, Piazzalunga collaborò con alti maestri costruttori del tempo come Giuseppe “Pinella”, fu a lungo meccanico della nazionale e lavorò al seguito della squadra Bianchi per molti anni così come alla Augustea e alla Mapei di Bugno. Ritiratosi dalle competizioni aprì il proprio marchio di biciclette. Telai Magni Chiorda del 1961 così come altri databili metà anni ’60 furono costruiti dal telaista Artide di Faenza, artigiano poco conosciuto ma, alla luce della qualità dei telai costruiti per la Chioda, sicuramente di grande talento. 

Come accadeva usualmente in quel periodo, le bici dei corridori non erano tutte prodotte materialmente dallo stesso costruttore, nel caso della squadra Philco i Volta di Milano o Artide di Faenza. Per le loro biciclette i corridori della squadra potevano servirsi dei telaisti di loro fiducia (come ad esempio Masi, De Rosa, Colnago, Mondonico o Marnati) mantenendo il minimo set di congiunzioni del marchio bergamasco (ad esempio la testa forcella).

1961 Ernesto Colnago (primo a sinistra) meccanico della squadra Magni Chiorda Philco.

In quei due anni, così come in seguito, l’impegno agonistico del nuovo marchio fu portato al massimo livello con la squadra Philco, gestita da Fiorenzo Magni, insieme a Giorgio Albani e Luigi Sardi quali direttori sportivi, squadra equipaggiata ovviamente con biciclette Magni Chioda. Per tre anni la G.S: Philco partecipò alle grandi classiche così come al Giro d’Italia e al Tour de France. Fecero parte della squadra corridori come Van Est Wim, Guido Carlesi, Franco Bittossi, Émile Daems, Ferdinando Terruzzi, Vittorio Adorni.

Principali traguardi raggiunti dalla squadra: 7 vittorie di tappa nei Giri d’Italia dal 1960 al 196’ con Emile daexm, Silvano Ciampi, Guido Carlesi e Vittorio Adorne. Altri risultati: Giro della Lombardia: Emile daem (1960 ) / Giro dell’Appennino: Emile daem (1960) / Tour della Provincia di Reggio Calabria: Guido Carlesi (1960) / Premio Nazionale di Chiusura: Emile daem (1960) / Piemonte Giro: Alfredo Sabbadin (1960) / Gran Premio Industria e Commercio di Prato: Alfredo Sabbadin (1960)

G.S. PHILCO 1960 - 1962

1960
Direttore sportivo Fiorenzo Magni e Albani Giorgio
Adriaensens Cesar Jan
Aru Ignazio
Brankart Jean
Carlesi Guido
Ciampi Silvano
Daems Emile
Fini Giacomo
Graf Heinz
Ippoliti Amico
Luise Rino
Marsili Vinicio
Maule Cleto
Rusconi Domenico
Sabbadin Alfredo
Sabbadin Arturo
Schweizer Erwin
Taddeucci Dullio
Van Est Wim

1961
Direttori sportivi Fiorenzo Magni e Luigi Sardi
Bitossi Franco
Carlesi Guido
Chiarini Vittorio
Ciampi Silvano
Cogliati Ottavio
Daems Émile
Falaschi Roberto
Fini Giacomo
Gaiardoni Sante
Graf Rolf
Ippoliti Amico
Lenzi Guerrando
Luise Rino
Marsili Vinicio
Michielis Guillaume
Monanelli Paris
Mortiers Georges
Musone Pietro
Pinarello Cesare
Sabbadin Alfredo
Sabbadin Arturo
Sacchi Enzo
Sensi Giovanni
Tonoli Gaudenzio
Vigna Marino
Zancanaro Giorgio

1962
Direttori sportivi Fiorenzo Magni, Luigi Sardi e Jean Vergucht
Adorni Vittorio
Bitossi Franco
Brugnami Carlo
Carlesi Guido
Chiarini Vittorio
Ciampi Silvano
Cogliati Ottavio
Conti Noe
Daems Émile
Falaschi Roberto
Gaiardoni Sante
Haleterman Willy
Hoevenaers Joseph
Marsell Karl-Heinz
Michielis Guillaume
Perinissotto Giuseppe
Pinarello Cesare
Pizzali Virginio
Sacchi Enzo
Sivilotti Pidutti Bruno
Terruzzi Ferdinando
Tonoli Gaudenzio
Vellucchi Nello
Vigna Marino
Zancanaro Giorgio

La collaborazione tra Chioda e Magni  continuò negli anni successivi anche con la squadra Salvarani (negli anni dal 1963 al 1966, 1970 e 1971), un gruppo leggendario composto da campioni del calibro di Adorni, Pambianco, Gimondi, Motta, Zandegù, Altig e Basso (che su una Chiorda vinse il Campionato del Mondo del 1972), primeggiando sia nelle grandi classiche che nei Tour.
In genere le biciclette della Salvarani, anche le Chiorda, venivano dal Reparto Corse della Bianchi, il quale spesso si limitava alla sola verniciatura, al montaggio dei componenti e all’apposizione del marchio su telai realizzati da telaisti di fiducia del corridore.

La Salvarani corse anche sotto al marchio Bianchi (1967-1969), con il marchio “Magni Chiorda” Gimondi vinse il Giro d’Italia nel 1965 e la Parigi Roubaix e il Giro di Lombardia l’anno successivo, Basso vinse il Campionato del mondo nel 1972. Hanno realizzato telai per la Salvarani De Rosa, Colnago e Masi, ma quella della Salvarani-Chiorda è una storia che racconteremo in un capitolo a parte, qui ci limitiamo al periodo di produzione di bici da corsa di alta gamma del periodo 1960-1962 legato alla squadra Philco.

1962 Adorni e Balmamion al Giro d’Italia

1961 la squadra Philco con i direttori sportivi Sardi e Magni

1962 la Philco al Tour de France

1962 Giro Modena-Apricam Adorni in fuga verso Aprica

Fregi Magni Chiorda. A sinistra 1960, a destra 1961-1962.

1960 catalogo Chiorda. Da Registro Storico Cicli

Magni Chiorda reparto corse del 1961, conservata.
Telaio probabilmente costruito con tubazione Falk da Gilardi o Artide di Faenza,
vedi comparazione sotto.
Foto Frameteller. Galleria completa qui.

Comparazione del telaio Magni Chiorda 1961 (sinistra) con un telaio Chiorda del 1966 costruito da Artide di Fenza (destra)

Comparazione del telaio Magni Chiorda 1961 (sinistra) con un telaio marcato “Gilardi” (destra)

1960, Illustrazione di Rebour di un telaio Magni Chiorda

25 giugno 1862, i corridori della G.S. Philco al Tour de France.
Nella foto è possibile notare come i telai abbiano piccole differenze date dal fatto che fossero costruiti da telaisti diversi.

1961 Ernesto Colnago, meccanico della squadra, assiste Guido Carlesi in gara.


MARASTONI BOZZA NUOVA

La versione aggiornata è disponibile su Quaderni Eroici / Get the complete version on Quaderni Eroici.

Fonti: interviste a Licinio Marastoni, Classic Randezvous, Paramanubrio, Ferri vecchi, Bici classiche, Stefano Camellini, Alessandro Marconi

Ha collaborato con: Campagnolo / Cinelli / De Rosa / Moser / Rauler / Paletti / Gimondi, Coppi

Nato il 15 giugno 1922, per qualità, innovazione e creatività, fu uno dei migliori e longevi costruttori italiani di biciclette da corsa dell’epoca Eroica. Oggi tra gli appassionati di tutto il mondo il suo nome è una leggenda e dagli Stati Uniti al Giappone sono dedicati diversi fan club alla sua memoria. Buon corridore, meticoloso tealista a tal punto che la sua officina veniva chiamata dai concittadini “La Farmacia”, fu meccanico per 8 anni al giro d’Italia e lavorò per campioni come Coppi, Bartali, Magni, Baldini, Adorni, Bitossi e Moser. Le sue invenzioni hanno dato un significativo contributo all’evoluzione del design della bicicletta da competizione. La sua inesauribile creatività nasceva dal semplice ed inesauribile amore la bicicletta e, nonostante il successo e la fama del suo lavoro nell’arco di ottant’anni di carriera, fu l’unico tra i grandi maestri della sua epoca a scegliere di mantenere una dimensione artigianale. Curava ogni dettaglio con estrema precisione e la creazione di un telaio richiedeva fino a tre giorni di lavoro manuale, di fatto un approccio incompatibile con tempi e logiche commerciali della produzione industriale. Tullio Campagnolo stesso, che di innovazione ne sapeva qualcosa, ebbe una grande stima per Marastoni e usava spesso recarsi nella sua officna per scoprire le nuove idee del maestro, così come erano di casa anche altri grandi protagonisti come DeRosa, Masi, Cinelli e i fratelli Shimano. Continuò a lavorare in officina fino al 1991, all’età di 87 anni, di cui 80 di carriera. Come altri costruttori di questa generazione, ha lasciato un ricordo indelebile per genio creativo e grande umiltà, due qualità oggi molto difficili da ritrovare.

1920-1960

Licinio ereditò la passione dal padre ciclista e già da piccolissimo la bicicletta lo appassionava a tal punto da preferire smontare le biciclette dei grandi piuttosto che giocare con i coetanei. A 7 anni si esercitava nell’officina di un meccanico del paese e a 11 lasciò la scuola per lavorare come apprendista presso l’officina di Grasselli, il quale, vista la grande passione del ragazzo, non chiese nulla in cambio nonostante al tempo fosse comune pagare il periodo di apprendistato. Ad appena 17 anni scelse definitavamente la carriera di artigiano preferendola a quella più sicura di prete pianificata dai genitori, i quali impegnando la preziosa macchina da cucire, offrirono le 6.000 Lire necessarie per acquistare l’attrezzatura. Fu così che ancora minorenne anni Licinio aprì la sua officina con l’amico, appena dodicenne, Marco Mazzoni. I clienti vedendo Licinio cosi giovane gli chiedevano dove fosse il titolare e lui rispondeva che il titolare era fuori e sarebbe tornato presto, intanto si faceva lasciare la bici da riparare. A quella età Licinio non poteva firmare le bici a suo nome, fu così che nacque il marchio “Sprinter” con il disegno del Sole dell’Avvenire, simbolo che verrà poi ripreso due anni dopo nel primo fregio firmato Marastoni. Un anno dopo andò in guerra, fuggì dalla prigionia e tornò a piedi dall’Austria a Reggio Emilia, dove riprese a lavore. Nel 1946, tra rovine le rovine della seconda guerra mondiale, le ristrettezze economiche costrinsero Marastoni a cercare un nuovo socio con cui riaprire l’officina e lo trovò solo due anni dopo in Ferdinando Grasselli, proprio colui che per primo gli aveva dato fiducia. Nacque così La Cicli Grasselli – Marastoni che rimarrà attiva fino al ritiro di Grasselli nel 1960. Le bici di questo periodo sono riconoscibili per il famoso color verde Marastoni e tre strisce blu scuro delimitate da filetti bianchi sui tre tubi, la scritta “Marastoni” è in carattere corsivo di colore bianco. Nel 1967 Ercole Baldini gli commissionò le biciclette per la squadra Salamini Luxor, di cui era il direttore sportivo, tra i corridori il campione del mondo Adorni.

«Perchè venite da me quando a Bologna avete il maestro Marastoni?»

— Faliero Masi

1944 Reggio Emilia dopo i bombardamenti

1948, pubblicità Cicli Marastoni, foto Alessandro Marconi

Licinio Marastoni.

Licinio Marastoni al lavoro in officina. Foto Stefano Camellini

IL VERDE MARASTONI

Una delle caratteristiche che rendono riconoscibili i telai di Marastoni è il particolare colore verde. In realtà fu un’intuizione nata in modo completamente casuale, Negli anni ’40, all’inizio della sua carriera di costruttore, Licitino era alla ricerca di un colore che gli permettesse di distinguere a colpo d’occhio le sue biciclette dai diretti concorrenti di Reggio Emilia e delle città vicine. L’intuizione arrivò durante una passeggiata lungo il fiume dove trovò un ramarro che lo colpì per la particolare tonalità di colore verde brillante, lo mise in una scatola e lo portò direttamnte al verniciatore chiedendogli preparagli esattamente lo stesso punto di verde.

1938 bicicletta Marastoni marcata “Sprinter, una delle primissime bici di Licinio quando ancora non poteva marcarle a proprio nome.

Fine anni ’40, bicicletta strada Marastoni, sul tubo diagonale le prime decals Marastoni, il fregio non è ancora quello con il “sole dell’avvenire”, probabilmente un modello pre-impostato offerto dal fornitore.

1950 Marastoni strada N. 361 con forcellini per il cambio Parigi-Roubaix

1953 Marastoni strada Campagnolo Cambio Corsa

Metà anni ’50, Marastoni strada con nodo sella G. Fisher

1961-1991

Alla fine degli anni ‘60 dall’officina uscivano bici su misura per grandi campioni come Gimondi e Fausto Coppi, Licinio condivideva passione e lavoro con il suo unico figlio Marco di dieci anni. Nel ‘69 l’idea che cambiò tutto: in officina si presentò l’amico Renzo Landi, rivenditore di impianti a gas, Licinio notò su una bombola dell’ossigeno una particolare valvola realizzata in microfusione e, primo nella storia, ebbe l’idea di usare questa tecnologia per produrre congiunzioni e teste delle forcella per i suoi telai. I primi esperimenti ebbero esito più che soddisfacente ma, essendo una tecnologia industriale, per fare ulteriori test era necessario ordinarne un quantitativo di pezzi troppo elevato.
Nel 1971, su insistenza di Cino Cinelli, Marastoni decise quindi di rischiare tutti i risparmi investendo nella commissione, all’azienda “Microfusione Italiana”, di una intera serie da testare.
Oltre a Cinelli, l’esperimento attirò da subito l’attenzione anche quella di altri maestri come Masi, DeRosa e Colnago i quali a più riprese visitarono l’officina per osservare la nuova invenzione. In realtà Marastoni e Cinelli condividevano reciproca stima e scambio di idee (come la forma abbassata della testa della forcella o l’attacco “fastback” dei forcellini posteriori realizzato dalla Georg Fischer) già dalla prima metà degli anni ‘60. Fu sempre Cinelli, nel 1971, a convinvere Licinio ad accompagnarlo alla Fiera del Ciclo di milano per mostrare i prototipi in microfusione ad alcuni clienti selezionati, nell’ottica di brevettarle e produrle insieme in scala industriale. Nacque così un accordo tra Cino e Licinio con un utile per il secondo del 10% sui ricavi. La fama delle innovazioni di Marastoni si diffuse velocemente nell’ambiente e inevitabilmente i clienti aumentarono sia in italia che da paesei come Giappone, Germania e Svizzera, per avere un telaio Marastoni (solo 1,8 kg!) nonostante fosse necessaria un attesa anche dieci mesi. A quel tempo in officina oltre a Licinio e figlio, lavoravano a tempo pieno anche due artigiani per aiutare nelle accurate lavorazioni di taglio, saldatura e limatura dei telai, lavoro che richiedeva fino a 3 giorni, un tempo decisamente più lungo rispetto alla media dell’epoca.

«Non ho mai registrato brevetti, a me interessava solo costruire biciclette»

— Licinio Marastoni

Nel 1972 il figlio Marco, promettente ciclista dilettante, partì in auto verso Milano per scegliere con Cino Cinelli il capannone che avrebbe ospitato la produzione industriale delle nuove congiunzioni in microfusione. Durante il viaggio la tragedia, Marco fu coinvolto in un incidente stradale e perse la vita. Il lutto per Licinio fu evastante, lasciò il lavoro e chiuse l’officina.

Amici, colleghi e ammiratori si strinsero da subito intorno alla famiglia, sostenendola ogni giorno con una infinita dimostrazione di affetto, fino a che, a ormai un anno dall’incidente, Licinio riusci a trovare la forza di ricominciare. Da quel momento in poi Marastoni creò le sue bici specialissime, destinate esclusivamente a clienti di cui aveva totale rispetto, firmandole con decals con il nome del figlio scomparso, per il quale nel 1973 organizzò anche una speciale corsa, la  “Memorial Marastoni”, la cui ultima edizione si tenne nel 1996. Tra i sostenitori più vicini a Marastoni vi fu anche Francesco Moser con il quale poi Licinio instaurò un rapporto di grande stima e collaborazione destinato a durare per molti anni. A dieci anni di distanza dal ritorno di Licinoi  in officina, Moser gli chiese di costruire le sue biciclette da corsa. Licinio accettò l’incarico ma si dovette ritirare  appena emersero con forza le logiche commerciali della grande industria, non compatibili con il livello di qualità, cura e tempi necessari al suo metodo di lavoro. Il progetto quindi si fermò ma non l’amicizia e la collaborazione tra i due, nel 1984 Marastoni costruì a Moser la bici con la quale vinse il Giro d’Italia, il telaio era studiato sulle caratteristiche fisiche del campione e disegnato per permettergli una pedalata più arretrata in grado di esprimere tutta la sua potenza.

Licinio Marastoni ci ha lasciati nel dicembre 2015.

Marastoni strada fine anni ’50

1960, Marastoni strada N. 277

1961, Marastoni strada, foto Ignazio Sca

Primi anni ’60, Marastoni strada

Marastoni specialissima pista “Marco”, restaurata.

L'OFFERTA SHIMANO

«Nel 1966-67, vennero da me i dirigenti giapponesi della Shimano, e mi dissero che se montavo i loro prodotti me li davano con lo sconto al 50%. Chiamai Campagnolo dal quale acquistavo con il 16%, quasi come tutti, salvo Chierici che aveva il 20%. Campagnolo mi sconsigliò accettare l’offerta Shimano e tirando fuori le fatture di grossi marchi come Bianchi a cui vendevano con il 28%, lo offrirono anche a me e accettai. Poi ero io a rivendere al 18% agli altri che venivano da me invece che rivolgersi direttamente in azienda. Fu una soddisfazione».
Intervista a Licinio Marastoni, novembre 2010

Marastoni specialissima “Marco” primi anni ‘70

Marastoni specialissima “Marco” primi anni ‘70

Marastoni fine anni ‘70

Marastoni specialissima “Marco” 1978. L’ultima bici costruita con il socio Mazzoni.

Marastoni Specialissima “Marco” anni ‘80

Marastoni Specialissima “Marco” anni ‘80

IL DESIGN DEI TELAI MARASTONI

Nell’arco della sua carriera Marastoni ha realizzato importanti innovazioni portando un fondamentale contributo all’evoluzione del design del telaio delle bici da corsa in acciaio.  Queste idee non sono mai state tradotte da Marastoni in veri e propri brevetti, in quegli anni e in particolare nell’area tra Modena e Reggio Emilia, vi erano altri costruttori impegnati sulle medesime soluzioni, tra i quali vanno ricordati Luciano Paletti e Orazio Grenzi, entrambi di Modena. È impossibile oggi poter accertare se Marastoni sia stato il primo in assoluto a realizzare le invenzioni che lui stesso si è attribuito, ci limitiamo qui ad elencare quelle confermate da più autorevoli fonti.


ANNI '40 Testa della forcella con la spalla inclinata verso il basso per irrigidire il telaio.

PRIMI ANNI '60 Serraggio cannotto sella con dado a brugola.

ANNI '60 Passacavi cavi cambio e freni, e inviti portaborraccia, saldati al telaio.

FINE ANNI '60 Perni delle pinze dei freni saldati direttamente al telaio.

FINE ANNI ‘70 Attacco per deragliatore anteriore saldato direttamente al telaio.

FINE ANNI '60 Perni delle pinze dei freni saldati direttamente al telaio.

FINE ANNI ‘70 Congiunzioni e testa forcella realizzate in microfusione.

FREGI MARASTONI

Il simbolo del Sole dell’Avvenire, molto caro a Marastoni, è presente come decal sul tubo sterzo già sulle prime “Sprinter” della fine degli anni ’30. Pochi anni dopo Marastoni inaugura decals a suo nome con un fregio in ottone senza il disegno del sole, probabilmente si trattava di un prodotto di serie già impostato e personalizzabile offerto dal fornitore. Il simbolo del sole ritorna comunque già nel fregio immediatamente successivo, insieme alla scritta Marastoni. Dalla fine degli anni ’40 viene data al fregio una forma più appuntita e originale, mentre dagli anni ‘60 presenta la “M” insieme allo stemma della città di Reggio Emilia.

NUMERAZIONE DEI TELAI

Marastoni annotava misure, colore, nome e misure del proprietario e numero di telaio di ogni sua bicicletta da lui costruita. Il numero seriale era inciso sotto alla scatola del movimento centrale, non in tutti i telai, ne sono privi infatti i telai di media gamma costruiti da terzisti. Purtroppo i suoi registri di Marastoni con tutte le informazioni sono andati dispersi dopo la sua scomparsa.

SCATOLE MOVIMENTO CENTRALE


MEDICI

Fonti: Quello che segue è la testimonianza di Jim Cunningham sulla vicenda Medici, disavventura che visse come amico e socio di Confente in quegli anni. Il testo è estrapolato dalla raccolta di messaggi che richiamano e discutono la storia del marchio Medici inseriti nella mailing list del forum Classic Rendezvous da varie persone, inclusi testimoni oculari come Brian Baylis, Jim Cunningham e Ted Kirkbride.
Qui la ricostruzione integrale della vita di Mario Confente.


Dalla lettera di Jim Cunningham a Classic rendezvous, 24 febbraio 2001

Ultimamente non sono stato molto attivo su CR (Classic Randezvous) perché sto cercando di concentrare il mio tempo di scrittura sul completamento del mio libro su Mario Confente. A causa della svolta che ha preso la lista di CR su questo argomento ho deciso di condividere su questo testo, il cui contenuto è basato sulla realtà, anche se romanzato. Parti chiave della storia parlando della storia del marchio Medici insieme ad parti che Brian “non conosce”.
Il testo non è estrapolato dal libro, ma espone i fatti. Accolgo con favore qualsiasi contributo, soprattutto fatti e aneddoti che coinvolgono Mario o altri legati alla sua storia. Per favore mandameli in privato perché ultimamente non sto al passo con il post su CR. Raramente ho condiviso questa storia perché sento che debba essere raccontata in modo dettagliato e preciso. Inoltre trovo difficile parlarne senza mettere alcune persone in una luce negativa, qualcosa che preferisco evitare, ma penso che sia necessario avere una certa comprensione dei personaggi e delle motivazioni per capire cosa è realmente accaduto.

Ho lavorato con Mario Confente dal suo ultimo anno alla Masi, 1975-76; l’ho aiutato ad avviare Bicycles by Confente e ho continuato a lavorare a stretto contatto con lui fino alla sua morte il 12 marzo 1979. La Masi Bicycle Company era ancora nella sua sede originaria negli Stati Uniti, una struttura spaziosa e moderna con vista sulle splendide spiagge di Carlsbad in California. Il proprietario era “Novo Riche” un imprenditore di successo texano trapiantato di nome Roland Sahm, il quale aveva sovrastimato il potenziale di profitto della produzione di Masi negli Stati Uniti. Il picco del boom delle “dieci velocità” degli anni ’70 era ormai passato, la crisi del gas non aveva convinto gli americani a scambiare i loro pedali del gas con i quelli della bicicletta. E la cosa peggiore fu che Falierio Masi vendette in eccesso la capacità produttiva della sua attività “trascurando” di menzionare il suo ampio ricorso a terzisti come Confente. Di conseguenza, Sahm ridusse il propio ambizioso piano che includeva anche un velodromo sul mare sito nei locali dell’azienda.

Il direttore era un contabile baffuto di cui non ricordo il nome, la cui unica preoccupazione erano le finanze di Sahm. Né Sahm né il suo contabile sapevano una sola cosa sulle biciclette. Si diceva che l’obiettivo della società in quel momento fosse quello di perdere una certa somma di denaro, al fine di compensare i considerevoli profitti delle altre imprese di Sahm. Le visite mensili di Sahm di solito si concludevano con decisioni inspiegabili e dubbie che venivano spesso revocate il mese successivo dopo che il danno era stato fatto. Era chiaro a tutti noi che lavoravamo lì che c’era un problema con il top management dell’azienda Masi Carlsbad. Falierio era tornato in Italia per godersi i profitti della sua trattativa con Sahm, così come erano rimpatriati anche gli altri italiani che erano venuti con lui per organizzare l’operazione, tutti tranne Mario Confente.

Nelle abili mani di Mario, una troupe di 12 persone, incluso un pittore, produceva raffinati telai. La maggior parte del lavoro consisteva nel limare le congiunzioni, le scatole del movimento centrale in ghisa e nel bordare e modellare le congiunzioni prima del impuntatura sulla maschera e della brasatura. La passione di Mario Confente per il suo mestiere e la sua straordinaria abilità e velocità hanno ispirato il team. Il risultato furono biciclette di serie che rivaleggiavano con quelle made in Italy. Il suo comportamento tranquillo e le sue scarse capacità di lingua inglese lo portano a insegnare attraverso l’esempio pratico. Questo a volte ha portato a dibattiti come “perché farlo in quel modo”, ma attraverso l’esperienza dirette in genere capivamo la saggezza dietro alle sue tecniche di lavoro.
Alcune persone furono scoraggiate dalla forte personalità di Mario, la sua autostima poteva infatti sembrare egocentrica. Aveva quella spavalderia italiana da giovane maschio. Molti di quelli che lo hanno conosciuto, tuttavia, hanno amato la sua integrità e dedizione al suo mestiere. Due degli eroi di Mario erano John Wayne e Rocky Balboa. Ammirava la loro determinazione e l’onestà del duro lavoro. Credeva anche nell’America come patria degli uomini liberi e pensava che gli offrisse l’opportunità di controllare il proprio destino, cosa che gli era stata negata in Italia.

Roland Sahm e Mario Confente

Masi #M5 costruita da Mario Confente

Un giorno Gian, portando scatole da imballaggio, andò a sbattere contro Mario che stava assemblando congiunzioni appena limate e tubi obliqui. Il taglio risultante nella mano di Mario sembrava pericolosamente profondo. Lo portai dal dottore e così avemmo la possibilità di parlare a lungo. Mario mi disse di non aver mai voluto gestire un’attività così grande, che voleva tornare in un negozio più piccolo dove poteva controllare il proprio destino. Masi lo aveva indotto con l’inganno a lasciare la sua piccola bottega a Verona, e gli mancava. Ma l’Italia non gli mancava.
Amava la California e la sua nuova fidanzata bionda Lisa. Pensava che ci fosse una grande opportunità per le biciclette professionali negli Stati Uniti, ma non sapeva come iniziare. Gli dissi che avrei aiutato. Avevo la mia piccola impresa prima di entrare in Masi. Poiché nessuno di noi aveva alcun capitale per avviare il proprio negozio, discutemmo della fattibilità di iniziare in piccolo ma i costi minimi per l’attrezzatura, l’affitto e i materiali erano comunque al di là delle nostre possibilità. Io avevo alcuni risparmi ma Mario aveva mandato tutti i suoi guadagni a casa per aiutare il padre e le sorelle disabili. A meno di non poter risparmiare di più, gli dissi, avremmo avuto bisogno di un business plan da mostrare alle banche per ottenere un prestito SBA o qualche altra forma di sostegno.
Scrissi un piano aziendale completo concordammo una partnership. Fin dall’inizio ci era chiaro lo scarso potenziale di profitto di un’attività del genere, ma i soldi non erano importanti, eravamo determinati a costruire le migliori biciclette. Nel frattempo, anche se la politica e gli intrighi alla Masi stavano diventando pesanti, ci accontentammo di lavorare lì mentre costruivamo il nostro piano di uscita. Come poi si è scoperto, il tempo a nostra disposizione fu molto breve. Quando Bill Recht visitò per la prima volta la struttura della Masi, era uno dei 20 uomini più ricchi degli Stati Uniti.

La sua residenza principale si affacciava su Central Park a New York, dove girava con le migliori biciclette che il denaro potesse comprare. Era nato nell’impero di suo padre, le cui radici erano nei nightclub e nella boxe dell’era del proibizionismo. Bill aveva studiato legge e diversificato i beni di suo padre. A quei tempi era un uomo spietato, potente e solitario di circa 55 anni. Ho incontrato per la prima volta Bill Recht quando entrò nella cabina di verniciatura Masi. Rendendosi conto che quello era l’unico posto in cui avrebbe potuto parlare con un dipendente Masi senza essere osservato o sentito, mi disse che intendeva acquistare l’azienda. Voleva conoscere la “storia interna” dell’azienda dal punto di vista di un dipendente. Propose di incontrarmi per cena e discuterne. La mia speranza era che la Masi USA potesse essere risollevata da un nuovo proprietario che usasse e avesse passione per le biciclette. Ebbi molti altri contatti con Recht durante le trattative per l’azienda. In uno di questi incontri, mi disse, e cito: “Dopo mesi di discussioni sulla vendita, sono volato qui per concludere l’affare e quando la mia penna ha colpito il giornale, Sahm ha ritirato l’atto di vendita e ha detto” la Masi Bicycle Company non è in vendita. Ho chiesto cosa intendesse, aspettandomi che mi spremesse per altri 50 mila dollari, invece ha ripetuto che non è in vendita… A TE”.

Anni dopo, seppi che il contratto con Falierio Masi era un contratto di locazione non trasferibile di 99 anni e come tale, Roland Sahm, non avrebbe mai potuto vendere l’azienda anche se lo avesse voluto. Forse Sahm pensava di poter rinegoziare l’accordo con Falierio e stava cercando un’offerta. Qualunque fosse l’intento, Recht, sfacciato, arrogante e sboccato, aveva perseguito duramente la trattativa, solo per venirne via con un rifiuto personale. Era chiaro che Recht meditava una vendetta. Mi disse specificamente che intendeva assumere tutti i professionisti al di fuori della Masi e costruire una società di biciclette che l’avrebbe seppellita, per ricomprarne ciò che restava dopo averla distrutta. Tuttavia c’era un problema, mi confidò Recht: a differenza di altri dipendenti, Mario Confente sembrava disinteressato al suo piano.
Mario aveva chiarito che non sarebbe entrato in una nuova azienda come la Masi se avesse dovuto lavorare con alcune delle persone che Recht intendeva assumere. Il capo di queste persone era Gian Simonetti, il quale era per Mario un disonesto bravo solo con a parole. Non fu una sorpresa, poiché Gian era stato assunto principalmente per le sue capacità di traduzione.

Gian Simonetti e Mario Confente.

Confente al lavoro nella sua officina

All’epoca Gian era alla MASI di Carlsbad, è l’anno precedente aveva solo assemblato e imballato le bici e aveva fallito miseramente nella costruzione delle ruote. Ricordo Gian che si vantava per ore, quando eravamo soli in negozio, di come poteva brasare come chiunque altro. Lo vidi in seguito rovinare orribilmente una semplice brasatura. Poiché Gian sapeva essere così affascinante ed era il più vicino all’ingresso del negozio, di solito andava incontro ai visitatori e li faceva girare per il negozio. Riuscì ad alienarsi tutti coloro che vi lavoravano recitando la parte del Maestro di Bottega. A Recht piaceva molto Gian, tuttavia, e voleva sapere se potevamo fare a meno di Mario.
Gian, mi disse, che aveva affermato di poter assumere la posizione di Mario. Come ho riso! Gli suggerii che il ruolo più adatto per Gian poteva essere nelle vendite e forse Mario avrebbe preso in considerazione scelta se Gian fosse stato bandito dal negozio dove le sue vanterie e le sue distorsioni danneggiavano il morale della squadra che lavora sodo. Il giorno dopo, il contabile della Masi annunciò che era stata presa la decisione di chiudere lo stabilimento di Carlsbad. La maggior parte del personale fu licenziato. Poiché il lavoro in corso doveva essere finito, io rimasi a dipingere i telai rimanenti e Gian a montarli e imballarli.
Questo accadde quando Albert Eisentraut arrivò per misurare i telai per il subappalto. Recht mi chiamò a casa. Era preoccupato che la squadra potesse disperdersi. Sapeva di aver bisogno delle persone giuste per sopraffare il nome Masi, che non poteva comprare. Non era riuscito a convincere Mario ad accettare di entrare nella sua nuova società. Mi disse di aver offerto a Mario “più soldi di quanti chiunque guadagni costruendo biciclette“. Era stupito che Mario fosse rimasto impassibile alla sua offerta.
Gli chiesi se si aspettava di guadagnare con le biciclette e si prese beffa di me, “come azienda“, disse “le biciclette sono senza speranza“. Si vantava di possedere una dozzina di attività che guadagnavano milioni ogni anno. Il suo interesse per le biciclette era strettamente un hobby. In questo almeno sembrava sincero. Essendo cresciuto nel New Jersey, discutemmo dei percorsi e dei negozi preferiti. Almeno era un vero ciclista. Quindi, gli suggerii di considerare un’impresa più piccola e di sostenere Mario nella sua stessa operazione. Gli mandai il nostro business plan. Avevamo bisogno di $ 20.000 che lui li definì “spiccioli”.

Nel febbraio 1976, Bill Recht accettò di fornire i soldi iniziali per l’avvio della ”Custom Bicycles by Confente” e fornì uno spazio gratuito per l’affitto nei locali di una società di proprietà della Recht, Plexicraft, a Los Angeles. Non ci sarebbero stati interessi dovuti sul denaro prelevato dal conto e nel caso di saldo negativo del conto dopo due anni, l’accordo sarebbe stato rivisto mentre se ci fosse stato un bilancio positivo, saremmo stati liberi di guidare l’azienda dove avremmo scelto. (Fuori da Boyle Heights, di sicuro!) Eravamo presenti a questo incontro Mario, io e un’altra persona oltre a Bill Recht. La mia reazione era del tipo “troppo bello per essere vero” e volli che fosse messo tutto per iscritto. Mario al contrario pensava che questo avrebbe offeso Recht e mi ha fermò, voleva chiudere con una semplice stretta di mano.
Anche io e Mario non avevamo scritto un accordo di partnership, ci fidavamo l’uno dell’altro e quindi è sembrato naturale estendere quella fiducia.
Il primo passo per Mario fu andare in Italia e acquistare strumenti e forniture. I collaboratori di Recht, che avevano contatti a Los Angeles, ordinarono il forno per la verniciatura di cui avevamo bisogno, io approvai la scelta. Acquistarono anche una cabina di verniciatura marcia dai Cicli Wizard che rimisi insieme. Quando Mario tornò a Los Angeles, l’attrezzatura per la verniciatura non era ancora arrivata. Rimasi a San Diego e accettai di dipingere apparecchiature radar SBS-40 per la Marina. Un array radar è fatto da tubi in alluminio del diametro di un pollice e metallo espanso delle dimensioni di uno scuolabus. Erano state necessarie 8 ore per applicare una sola mano. Affinai le mie capacità di pittura radar di giorno e dipingevo bici Confente di notte.

Bill Recht e Mario Confente

Mentre stavamo discutendo nel merito queste strategie, Recht non ci disse che aveva già dei piani per i progetti di Mario.
La prima busta paga mensile che effettivamente ricevetti per aver lavorato presso il negozio Confente mi convinse che eravamo nei guai. Mi aspettavo che Mario avesse creato un conto aziendale appositamente per il “seed money” così da poter sempre sapere quanto fossimo vicini a “2 anni di libertà” semplicemente bilanciando il libretto degli assegni. Mario aveva un libretto degli assegni, ma Recht lo aveva “aiutato” gestendo la sua fatturazione in modo che Mario potesse concentrarsi sulla costruzione di strutture. Il problema era che le buste paga e le spese non venivano registrate da un conto Confente. Certo, il conto aveva il saldo corretto, ma Mario non si rendeva conto del significato del nome della società di proprietà di Recht sopra ai suoi assegni, in qualità di dipendente di una delle società di Recht, Mario perdeva automaticamente i diritti sulle sue invenzioni o su qualsiasi altra cosa aveva sviluppato!
Dal punto di vista di Mario, e dal mio fino a quel momento, Recht aveva investito nella nostra azienda. Ma con questo colpo di mano, Recht poteva negare il nostro accordo verbale e mostrare i registri delle buste paga che avrebbero convinto qualsiasi giudice del fatto che Mario fosse in realtà un suo dipendente. Nascosi il primo stipendio incassato il più a lungo possibile e insistetti per parlare con Bill Recht dello “stato particolare” dei conti Confente. Come al solito, ci vollero settimane per ottenere una risposta. Nel frattempo, indagai ulteriormente.

Bill Recht aveva ordinato a Chris Sohmhegi, il presidente di Plexicraft, di far lavorare Carol Moen, la segretaria personale di Sohmhegi, due ore al giorno per gestire la corrispondenza e la fatturazione della Bicycles by Confente. Pagava i conti, preparava il libro paga e trasferiva i nostri appunti scritti a mano in triplicato lettere dattiloscritte. Carol aveva lavorato per Sohmhegi per quasi 20 anni. Mi avvertì che Recht era spietato nella sua ricerca di denaro e potere. Sapevo già che le ricchezze di Bill Recht derivavano principalmente dai brevetti che controllava. Alcuni di questi riguardavano processi di stampa e materiali oscuri esplosi negli anni ’70. Inchiostri specifici per la stampa di carte di credito e la stampa in rotolo continuo come la carta per computer piegata a ventaglio. Quello che imparai da Carol è che questi brevetti e società erano stati spesso “acquisiti” da Recht in orribili conflitti che aveva sempre vinto. Carol mi parlò di tradimenti in cui Recht usò gli addetti ai lavori per respingere l’opposizione, sfide legali intelligenti che spinsero l’altra parte in bancarotta e altre forme di intimidazione. Si rifiutò di andare oltre, aggiunse solo che il suo capo, un veterano dell’esercito Cecoslovacco della seconda guerra mondiale e un manager dominante, sempre rigido e teso, non osò mai sfidare i comandi di Recht, anche quando sapeva di essere completamente contrario.
Era quindi chiaro che Recht aveva praticamente già rubato il design delle congiunzioni di Mario. Inoltre, era dubbio che avrebbe onorato il nostro accordo e probabilmente avrebbe affermato che tutti gli utensili e i profitti realizzati nei primi due anni appartenevano alla “sua” azienda.

Mario all’inizio si rifiutò di crederci. Sentiva che il nostro accordo con Recht fu così chiaro ed esplicito da non poter credere che l’uomo a cui aveva stretto la mano lo avrebbe potuto tradire in quel modo. Stavamo andando meglio di quanto ci saremmo aspettati e a quel ritmo avremmo potuto pagare Recht in anticipo. Mario pensava che fosse assurdo il fatto che Recht avrebbe potuto rubare “Biciclette personalizzate di Confente” a Mario Confente! Provai a parlare con Bill Recht di queste cose, cercai di cambiare gli account, per assicurarmi che il Copyright e i brevetti fossero a nome di Mario, ma Recht era fuori dal mondo e quando lo sentii, si rifiutò di affrontare i problemi. È chiaro che Recht fece un vero sforzo per nascondere la compagnia dei Medici a Mario e a me. Ci furono segni dei guai in arrivo. Mario non se ne accorse perché era concentrato sul suo mestiere e lasciava che Carol gestisse corrispondenza e chiamate. Ma quando arrivai, lessi tutta la posta e risposi al telefono. Girava la voce che Gian Simonetti fosse coinvolto in una sorta di azienda di biciclette. Ma ciò che mi preoccupava erano i diversi casi in cui i venditori che avevamo usato per acquistare uno strumento o una piccola quantità di forniture mi contattavano per richiedere il pagamento per diversi strumenti o una maggiore quantità di forniture. Era estremamente raro che potessi contattare Recht per telefono per segnalare questi problemi di fatturazione, le poche volte che lo feci, mi dissero di inoltrargli qualsiasi cosa in modo che la “sua gente” potesse affrontare la questione.

Ci disse che si trattava di un errore, di una truffa o di un acquisto effettuato per la sua società di distribuzione. Non dimenticherò mai il giorno in cui scoprii i suoi imbrogli, il 10 novembre 1977. Avevo bisogno di più adesivo per le decalcomanie e mi fermai alla tipografia per ritirarle. Pensavano che fossi lì per ritirare le decalcomanie per “l’azienda di biciclette” e così mi diedero un pacco e una fattura. Erano decalcomanie “Medici” e l’indirizzo di fatturazione era l’ufficio di Recht nel New Jersey, mentre quello per la consegna era nelle vicinanze.
Li consegnai personalmente. All’indirizzo trovai Gian Simonetti, era sorpreso di vedermi e molto nervoso. Provai a fare due chiacchiere, ma John “doveva andare” e fui immediatamente portato fuori dal negozio. Quando tornai dissi a Mario cosa avevo trovato e chiamai Bill Recht.
Avevo scoperto tutto e lui era furioso! Mi disse che ora che sapevo, avrei fatto meglio a capire come convincere Mario a collaborare con l’azienda Medici. Fui anche che la mia attività di rifinitura CyclArt doveva essere accantonata per accogliere i numerosi telai che la Medici avrebbero presto prodotto.
Anche se ero arrabbiato per il modo in cui Recht aveva manipolato le cose, a questo punto pensavo sarebbe stato meglio per Mario se avesse fatto come Recht voleva. Aveva il cuore spezzato, ma ho insistetti perché considerasse tutte le sue opzioni. In primo luogo, se accettava il suo status di dipendente, allora avrebbe dovuto ricevere un aumento molto consistente. Recht glielo offrì ma lui rifiutò un ottimo stipendio per guidare la nuova società. In quel momento quindi lavorava per molto meno. Sembrava che avrebbe ottenuto il guadagno retroattivo dell’inizio di “Bicycles by Confente” come compenso per aver “malinteso” di lavorare per se stesso. Aveva senso mantenere le biciclette Confente come il telaio personalizzato e di alta gamma, mentre la Medici costruiva le biciclette per un più largo consumo. Poiché c’erano negozi separati, Mario poteva limitare il suo coinvolgimento nelle operazioni quotidiane alla Medici e concentrarsi sull’operazione Confente, beneficiando al contempo delle considerevoli risorse e del potere di Bill Recht. Forse avremmo potuto ottenere un accordo sui bonus per i miglioramenti alla progettazione e alla costruzione del telaio. Mario, però, non si lasciò influenzare. Sottolineò che Recht ci aveva chiaramente tradito, era pesante e impiccione nelle nostre operazioni e aveva assunto persone che Mario non rispettava. Mario non voleva essere “parte di una compagine di bugiardi guidata da un bugiardo”.

Telaio Medici

Catalogo Medici 1980

Insistette che non si sarebbe mai associato in alcun modo alla Medici. Decise che avremmo dovuto ricominciare da capo, anche se ciò significava lasciare tutto il lavoro fatto e i suoi progetti alle spalle. C’era molto da perdere. Sottolineai che il successo dello scorso anno avrebbe reso più facile ricominciare. Almeno avremmo potuto portarlo con noi. Cominciarono ad arrivare i telai Medici per la pittura. Recht annunciò che dovevano essere pronti per il debutto allo show di New York. Mario avrebbe condiviso uno stand con Medici e che i rivenditori che volevano ordinare telai Confente avrebbero dovuto prendere 5 Medici per ogni Confente che volevano. Mario voleva smettere di prendere ordini e finire tutti i lavori in corso in modo da poter partire prima della fiera di New York. Non voleva essere associato in alcun modo al marchio Medici.

Suggerii discretamente a molti dei clienti di Mario che lui non era soddisfatto della sua situazione attuale e stava cercando di trasferirsi. Poiché il conto Confente non era del tutto in pareggio e non eravamo riusciti a mettere da parte molto nei risparmi personali, avremmo avuto bisogno anche di un finanziamento.
Un cliente, George Farrier, si offrì di lasciare che Mario rimanesse e lavorasse nel suo ranch a Carmel California. Io avrei dovuto trovare un modo per dipingere i telai altrove. Dopo un mese, nonostante l’orario lavorativo estremamente lungo, ci fu evidente che non era possibile finire tutti gli ordini. Mario decise di completare tutti gli ordini possibili e di lasciare il resto non avviato. Ci aspettavamo che i depositi sugli ordini in sospeso fossero restituiti ai clienti. Con 30 giorni rimanenti all’inizio della fiera, Mario scrisse una lettera di dimissioni che comprendeva una contabilità dei depositi da restituire. Demmo un preavviso di 30 giorni per consentire a Recht il tempo necessario per apportare modifiche prima della fiera. Volevamo partire in buoni rapporti. Modificai la lettera per chiarezza e la diedi a Carol per scriverla e inviarla.

Il giorno in cui Bill Recht ricevette la lettera, andammo a lavorare come al solito. Mentre chiudevo a chiave la macchina notai che Carol stava uscendo dall’ufficio in lacrime. Mi disse che Recht l’aveva chiamata personalmente e l’aveva licenziata per aver digitato e inviato la lettera di Confente. 20 anni di servizio, era il braccio destro di Sohmhegi e Recht l’ha licenziata all’istante senza nemmeno consultare Sohmhegi!
Ci ha augurato ogni bene e mi ha detto di stare “molto, molto, attento”. Fummo lasciati chiusi fuori dal nostro negozio. Mi avvicinai a Chris Sohmhegi che disse solo che Recht ci aveva licenziato e che non ci era permesso entrare nei locali. Gli feci notare che avevamo oggetti e strumenti personali nel negozio e chiesi che ci accompagnasse dentro in modo di poterli recuperare. Sohmhegi si rifiutò. Le sue istruzioni erano chiare, non ci era permesso entrare nei locali in nessuna circostanza.

Recht avrebbe chiamato quando fosse arrivato a Los Angeles per discutere la restituzione dei nostri strumenti, Sohmhegi non sapeva dirci quando. Chiesi se potevo essere autorizzato solo a pulire i miei strumenti perché la vernice si sarebbe indurita in 48 ore, rovinando la pistola. Sohmhegi rifiutò nuovamente e insistette perché ce ne andassimo immediatamente.
Mario e io ci ritirammo in un bar vicino per discutere della situazione.
Ci era chiaro che sarebbe passato del tempo prima che Recht arrivasse e nel frattempo c’erano cose di cui avevamo bisogno, come strumenti personali, libretti degli assegni, corrispondenza e altro.
Stilammo un elenco, ma era difficile ricordare tutto; continuammo a inventariare più cose possibili. Chiamai la polizia e cercai di denunciare che le cose sulla nostra lista erano state rubate. Quando spiegai che erano stati “presi” chiudendoci fuori dal nostro posto di lavoro, tuttavia, la definirono una “questione civile” e mi spiegarono che il meglio che potevamo fare era farci accompagnare da un maresciallo della contea il quale potrebbe restare a guardare e autenticare il nostro inventario nei locali. Tornammo da Sohmhegi e gli chiedemmo un appuntamento per l’orario in cui avrebbe aperto il negozio per poter fare questo inventario accompagnati dal maresciallo. Spiegammo che nulla sarebbe stato preso né addirittura toccato e che volevamo solo una fare una lista in modo da poter affrontare la questione con Bill Recht. Fatto ciò avremmo aspettato pazientemente la sua chiamata. Non riuscivo a vedere alcun motivo legittimo per il netto rifiuto di Sohmhegi. Proposi di chiamare Recht io stesso per proporgli l’idea, mi diede il telefono ma la segretaria di Recht disse che aveva rigide istruzioni per rifiutare qualsiasi chiamata da parte mia, Mario o qualsiasi menzione di Custom Bicycles by Confente.

Dissi a Chris Sohmhegi di averlo sempre trovato un uomo giusto e ragionevole e che non potevo accettare questo rifiuto, dato che non poteva supportarlo con nessuna ragione legittima. Mi chiese di dargli un elenco degli articoli che ci dovevano essere restituiti e lui avrebbe tentato di ottenere il permesso per la loro restituzione. Risposi che l’avrei potuto fare solo se lui avesse chiuso gli occhi per darmi un elenco accurato di tutto ciò che era sulla sua scrivania ma disse che non poteva farlo, avremmo dovuto aspettare Recht. Chiesi se il negozio sarebbe stato sigillato fino all’arrivo di Recht. Sohmhegi disse di no, che poiché era da uno dei magazzini delle sue fabbriche di carta, il responsabile del magazzino avrebbe avuto bisogno di accedere come il personale della Medici perché avevano bisogno di telai verniciati. Decisi di adottare un approccio più diretto. Tornai a casa, feci un cartello di protesta, “serrata ingiusta”, tornai al negozio e aspettai. Dopo un po ‘ John, il responsabile del magazzino, attraversò la strada con il suo camion per ritirare un rotolo di carta da stampa. John, un uomo più anziano e tranquillo con un debole per le corse di cavalli, era venuto a trovarci tutti i giorni nell’ultimo anno mentre faceva corse per i rifornimenti quasi ogni ora. Dissi a John che non avrei voluto metterlo nei guai, ma che se avesse aperto la porta, io sarei entrato, lui rispose che gli erano state date precise istruzioni che Mario e io non potevamo entrare nel negozio, gli dissi di chiedere a Sohmhegi. Tornò mezz’ora dopo e disse che Somhegi era furioso e che loro avevano davvero bisogno di più carta per la stampa. Era in sintonia con la mia posizione. Gli dissi che non mi muovevo, mi strinse la mano ed è fece ritorno senza il suo rotolo.

Poco dopo, tre stampatori si avvicinarono e mi dissero di toglierci di mezzo, si mettevano in posa e sembravano tosti, ma potevo vedere che i loro cuori non erano coinvolti. Sohmhegi aveva ordinato loro di “togliermi di mezzo”, ma in tipografia si era sparsa la voce che stavo resistendo al capo e loro ne erano decisamente felici! Per sicurezza indicai la mia ragazza con in mano una telecamera nella mia macchina chiusa dall’altra parte della strada. Tornarono indietro dicendo che non potevano spostarmi. A poco a poco, l’impianto dall’altra parte della strada diventò sempre più silenzioso, sempre più teste spuntarono dalle finestre della fabbrica per guardarmi. Alla fine, Chris Sohmhegi arrivò precipitosamente dall’altra parte della strada con l’aria di essere esploso. Mi ordinò di farmi da parte e gli risposi con calma che non c’era nessun motivo di negarci l’accesso per un semplice inventario, che non lo avrei colpito ma avrei fatto tutto il necessario per entrare in quella porta. Fummo letteralmente naso a naso. Si precipitò di nuovo dall’altra parte della strada e improvvisamente gli operai cominciato a lasciare il negozio. Alcuni sollevarono il pollice e scherzarono sul giorno libero di benvenuto.

Tornai più volte nelle quattro settimane successive mentre aspettavamo la visita di Recht. In un’occasione, la porta si aprì mentre ero seduto sulla soglia e vidi Brian Baylis, gli dissi che volevo entrare nel negozio scortato da un maresciallo della contea per fare un inventario. Avevo bisogno che ci facesse entrare. Brian rifiutò. Gli dissi che sicuramente aveva visto che io e Mario eravamo stati derubati, doveva fare quello che era giusto fare e lasciarci entrare. Cosa poteva esserci di sbagliato nel fare un inventario? Brian disse che gli era stato ordinato che di non farci entrare, per nessuna ragione e che non voleva essere coinvolto, era lì solo per fare il suo lavoro. Ammise che aveva bisogno di soldi. Gli risposi che lui ERA coinvolto in questa storia – era nel nostro negozio nel quale vedeva sicuramente le nostre cose delle quali eravamo stati privati e che questo era sbagliato.
Tuttavia continuò a rifiutarsi. “Sto solo eseguendo gli ordini“, disse.
Quello fece. Mi arrabbiai davvero e gli dissi “questo è quello che hanno detto i nazisti”, lo chiamai cospiratore, puttana, opportunista e codardo.
Chiuse la porta. Anni dopo, seppellii la mia rabbia con lui e gli proposi un lavoro e un posto dove avrebbe potuto continuare a costruire le sue biciclette nel negozio che condividevo con Masi a San Marcos. Quando la sua attività di costruzione di telai naufragò, cospirò con gli altri nell’edificio per costringere la CyclArt a lasciare i locali e promise di farmi fallire. A quanto pare, avevo ragione su di lui. Fui gentile con lui ad ogni riunione, gli offrii un luogo dove poter mostrare il suo lavoro ai miei eventi e gli diedi anche premi per il suo ottimo lavoro. Eppure mi rimase ostile, spesso persone mi dicono che il suo odio per me era evidente. Per quanto mi riguarda, una semplice mi dispiace sarebbe bastato, ma non è fui mai offerto. Nel racconto Brian (vedi thread CR), afferma di essere tornato nella zona nel febbraio 1979. È fuori di un anno. Era il 1978.

Mario Confente trascorse la maggior parte del 1978 a Carmel dove costruì e consegnò tutti i telai che ancora doveva nonostante il fatto che Recht non avesse mai restituito nessuno dei suoi debiti. Quando finalmente Recht arrivò si rifiutò di dare a Mario qualcosa cosa di valore e affermò che avrebbe usato il nome Confente per le sue bici.
Non diede a Mario nessuna delle cose che gli spettavano, nemmeno le più basiche. Si rifiutò di parlarci insieme e in effetti non volle vedermi o parlarmi. Come temuto, rivendicò tutti i beni, i soldi depositati e gli strumenti del negozio come sua proprietà. Fortunatamente ebrei una buona consulenza legale e nel suo rifiuto di darci qualsiasi cosa, Recht commise l’errore di non dare a Mario o me la nostra ultima busta paga, né di rimborsarci le spese. Ciò ci permise di presentare un reclamo contro di lui al Commissario statale del lavoro. La richiesta era limitata al nostro stipendio non pagato e al costo effettivo di sostituzione degli strumenti che erano stati persi, ma ne avevamo bisogno per ricomprarli. Sapevo da Carol che una delle tattiche preferite di Recht era usare abili stratagemmi legali per aumentare il costo delle azioni legali, mentire sotto giuramento e ridurre la controparte all’oblio.

Il Commissario statale del lavoro utilizza un processo di udienza informale che impedisce l’uso della maggior parte di questi trucchi legali, e una sentenza del Commissario del lavoro ha i denti. Ottenemmo il giudizio, ma Recht riuscì a sfuggire ai nostri sforzi di riscossione sostenendo che non aveva affari nello Stato della California. Avevo bisogno di un avvocato nel New Jersey, preferibilmente uno che non bruciasse l’intera sentenza cercando di ottenerla.
Chiesi a mia madre in New Jersey se conosceva dei buoni avvocati. Mamma è un’infermiera e aveva stretto amicizia con un potente avvocato mentre era in ospedale, disse che glielo avrebbe chiesto. Quando lo fece, e spiegò che si trattava di ottenere una sentenza della California Labour Commission, l’avvocato rispose che la mamma gli aveva salvato la vita e che avrebbe gestito la questione personalmente, senza alcun costo. L’avvocato era Sheldon Leibowitz. A quel tempo, Sheldon Leibowitz era una delle “pistole” legali più pesanti in circolazione. Era come se Johnny Cochran gestisse una multa! Mi sarebbe piaciuto vedere la faccia di Recht quando ha ricevuto l’avviso di Sheldon che mi stava rappresentando! Fedele alla forma, Recht provo con evasioni spettacolari e costose, spendendo facilmente molte volte il costo del giudizio cercando di difenderlo. Ho ancora una deposizione in cui occorrono quattro pagine per ottenere una risposta alla prima domanda, che è l’indirizzo della sua residenza principale. In esso Bill Recht afferma di non aver avuto alcun legame con Confente ma non poteva spiegare i 95 promemoria e lettere firmati che avevo dato a Sheldon. Sheldon vide il gioco di Recht per quello che era e reagì allo stesso modo.

A un certo punto disse che dedicava più tempo a questo caso rispetto ad altri con milioni in gioco. Quasi due anni dopo, ricevetti un assegno. Mario non ha mai avuto la sua perché morì 6 mesi prima, il 12 marzo 1979, all’età di 33 anni, per insufficienza cardiaca. Mentre Mario era a Carmel, avevo accettato un lavoro come direttore di uno dei primi supermercati di “alimenti naturali”. Poco dopo si trasferì di nuovo nella zona di San Diego e sposò Lisa. Presi la decisione di lasciare la mia promettente carriera e ricominciare CyclArt. Susan e io trasferimmo la nostra residenza nell’edificio industriale incompiuto di San Marcos, così potei dedicare tutte le mie energie a questo. Stavo spazzando l’edificio quando ricevetti la notizia della morte di Mario. Da quando si era separato con Recht Mario aveva ricostruito i suoi strumenti e il suo inventario. Aveva trasferito il suo negozio da Carmel al garage di Lisa.
Dopo la morte la moglie, appena sposata e già in lutto, ha venduto i suoi strumenti e il suo inventario a un acquirente senza scrupoli per $ 800. Quell’inventario è stato disperso. Sono sicuro che la maggior parte è in buone mani riconoscenti, ma c’è sempre stata preoccupazione per i falsi a causa della natura del modo in cui le sue cose sono andate perse. Mario aveva creato uno stampo per le proprie congiunzioni, nella sua confusione, sua moglie le ha scartate.

 

Credo che la valutazione di Brian sul fallimento di Medici sia corretta. Credo anche che Bill Recht avesse ragione nel dire che aveva bisogno di Mario per far funzionare quell’azienda. Senza di lui, scivolò nella mediocrità. È ironico che per molti anni una foto di Mario sia stata appesa nella bottega Medici, rivendicato come il loro fondatore. Non potei aiutare abbastanza Mario, ma cerco di essere all’altezza dei suoi elevati standard, fino ad oggi.

JFC ~ CyclArtist
Jim Cunningham
Vista, CA


CONFENTE

Confente Custom Bicycles 


Fonti: Fonti: Classic Rendezvous / Confente history by Russell W., Bicycle Trader 1988 / About Confente by Jim Cunningham on Classic Rendezvous 2001 / Italian Cycling Journal / Russell W. Howe


Il testo che segue è la traduzione, integrata con altre informazioni che ho recuperato nel tempo, dell’articolo di Russell W. Howe’s scritto e pubblicato originalmente per Bicycle Trader 1998. Mario Confente, considerato a livello mondiale uno dei migliori costruttori di bici in acciaio dell’epoca Eroica, scomparse prematuramente l’8 marzo 1979 all’età di 33 anni. Ha lasciato una preziosa eredità di 125 telai da strada e 11 da pista firmati con il suo nome. Mario fu il primo ad unire l’inimitabile estetica del design italiano con gli standard qualitativi di produzione americana e creò dei dei telai che ancora oggi sono considerati veri e propri capolavori e, in quegli anni, esercitarono una forte influenza e una spinta innovatrice nel mercato americano e mondiale. Molti dei migliori costruttori impiegarono l’intera carriera e crearono migliaia di telai per ottenere qualità manuale e conoscenza tecnica che Mario riuscì a raggiungere in pochi anni. Il rispetto e l’ammirazione verso il suo lavoro e la sua persona sono il frutto della sua totale dedizione e passione per la bicicletta. Il suo standard era niente meno che la perfezione.

Mario Confente nacque il 29 gennaio 1945 a Montorio, un piccolo paese vicino a Verona, terzo e unico maschio di cinque figli. Sua sorella Gianna lo ricorda così: “La sua infanzia non fu facile perché eravamo una famiglia modesta e solo nostro padre lavorava, subito dopo la guerra erano anni molto difficili.” In quel contesto Mario fu mandato a lavorare molto giovane come apprendista nel locale negozio di ferramenta dove la sua predisposizione alla meccanica attirò subito l’attenzione di un amico di famiglia che gli offrì un posto come riparatore di telai meccanici nel grande lanificio di sua proprietà. Mario non interruppe comunque gli studi e riuscì nell’approfondire la sua cultura nel disegno meccanico presso il liceo Leonardo Da Vinci.

“Casa Vaoma” la residenza di Mario e della famiglia Confente a Montorio (Verona).

Come molti dei suoi coetanei in Italia in quel periodo Mario aveva una grande passione per il ciclismo.
A tredici anni entrò nel gruppo sportivo del suo paese S.S. Aquilotti Veronesi e un paio d’anni più tardi vinse il campionato provinciale juniores con la maglia del C.S. Gaiga Verona. All’età di diciotto anni entrò nella squadra del G.S. Benchini, a quei tempi la migliore nella categoria dilettanti, dal 1963 al 1966 i componenti della squadra raggiunsero risultati impressionanti: 1963: Medaglia d’oro, Campionati Mondiali Dilettanti, vinta dal corridore Flaviano Vicentini; 1964: medaglia d’argento 100km a squadre a tempo, Olimpiadi di Tokyo con i corridori Bencini Pietro Guerra e Severino Andreoli; 1965: medaglia d’oro 100km a cronometro a squadre, Campionati del Mondo, fanno parte del quartetto i componenti della Bencini, Pietro Guerra e Severino Andreoli; 1966: Medaglia di bronzo 100km a tempo a squadre, Campionati del Mondo, Pietro Guerra fa parte del quartetto.

A questo livello di competizione l’impegno sportivo era gravoso, Mario scelse quindi di lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alle corse ma, per arrotondare lo stipendio, riuscì a trovare le energie per iniziare a costruire telai da corsa presso l’officina della Grandis di Verona, un’esperienza che poi si rivelò fondamentale per la sua carriera. Come dilettante si piazzò in diverse gare e alcune addirittura le vinse.
I suoi compagni di squadra lo ricordano così:

Severino Andreoli:
Mario era un forte corridore, non vinceva molto ma era spesso tra i primi posti in classifica. Si sacrificava per la squadra durante le fughe o per bloccare gli avversari mentre un compagno prendeva il volo per la vittoria.”.

Renzo Ferrari:
Ho conosciuto Mario quando avevo 17 anni e lui 16. Eravamo in una palestra e siamo diventati amici anche se correvamo per club diversi. Mario aveva un buon carattere e andava d’accordo con tutti anche quando correva. Era generoso e molto stimato per la sua passione per il ciclismo. Si distingueva dagli altri per l’attenzione, la manutenzione e la cura che aveva per la sua bicicletta. Aggiustava sempre la mia bici e mi ha persino insegnato a raccogliere i funghi selvatici!“.

Nel 1963, durante una gara, Renzo e Mario si staccarono e percorsero insieme gli ultimi 20 km. Renzo vinse e Mario dovette accontentarsi del secondo. Tuttavia, rimasero amici per molto tempo.

Bici strada costruita da Confente a Verona nel 1972, riverniciata. Tubazioni Columbus scatola Georg Fisher.

Bici strada costruita da Confente a Verona. Foto Matthew Gorsky,

Dal 1968 al 1970 Confente continuò a costruire telai nel laboratorio di casa. In questo periodo la Bianchi gli chiese di realizzare telai con un contratto di lavoro a cottimo. Ben presto ebbe più lavoro di quello che poteva gestire da solo superando le capacità del piccolo laboratorio. Fu così che nel 1970 i Confente lasciarono si trasferirono in via Olivé all’altezza dell’odierno civico 17, il garage a pian terreno, benché modesto, venne trasformato in officina meccanica, mentre il piccolo appartamento al piano superiore divenne la dimora di Mario e dei suoi genitori.
La sua reputazione come telaista nel frattempo continuava a crescere nell’ambiente sportivo.

Pietro Guerra: “Presentammo Mario al famoso Faliero Masi di Milano. All’inizio Masi portava il lavoro da fare direttamente a Verona da Mario. All’epoca il mercato della bici in Italia era lento, quindi grazie al progetto Masi USA Mario si trasferì in California, in cerca di migliore fortuna “.
All’inizio degli anni Settanta gli Stati Uniti vissero una crisi energetica e un conseguente boom delle biciclette. Roland Sahm, un ricco uomo d’affari di San Diego intuì che era il momento giusto per creare un mercato e contattò molti dei più importanti produttori italiani di biciclette cercando di ottenere la licenza del loro nome e costruire telai negli Stati Uniti. A detta dello stesso Sahm, Cinelli, Colnago e Bianchi rifiutarono l’offerta. Tuttavia Faliero Masi riconobbe il potenziale del crescente mercato statunitense e accettò di vendere a Sahm i diritti per la produzione di biciclette a suo nome negli Stati Uniti.

Masi #M5 costruita da Mario Confente

Dopo un periodo di collaborazione, durato circa un anno tra le officine di Verona e Milano, Faliero offrì a Confente il ruolo di responsabile di produzione del nuovo stabilimento Masi di Carlsbad, nei pressi di Los Angeles, dove questi arrivò nell’ottobre del 1973 insieme ad altri due giovani collaboratori.
Come intuibile da una lettera che Ernesto Colnago gli scrisse pochi giorni dopo la sua partenza, Mario forse non pensava di restare a lungo negli USA.

Caro Mario,
Qualche giorno fa sono passato da casa tua per salutarti, ma sono rimasto sorpreso di vedere tua madre e tuo padre un po demoralizzati dalla tua partenza. Mi hanno assicurato che tornerai tra 20 o 30 giorni. Questo mi fa piacere perché come concordato stavo per proporti un’attività con grandi profitti. Torna presto e quando arrivi a Milano chiamami così verrò a prenderti e poi a riportarti a casa.

Scrivimi. Cordiali saluti,
Ernesto Colnago

Faliero Masi cedette quindi i diritti di uso del marchio Masi all’uomo d’affari di San Diego Roland Sahm e, In base all’accordo stipulato, le biciclette Masi USA sarebbero state interamente costruite sul suolo degli Stati Uniti. Failero si recò quindi direttamente nel nuovo stabilimento per supervisionare l’inizio della nuova impresa accompagnato da Confente incaricato del ruolo di direttore dell’intera produzione e della formazione dei dipendenti.
Nel corso di tre anni Mario supervisionò circa 2.200 biciclette prodotte nella fabbrica statunitense Masi di Carlsbad in California. Per raggiungere quel livello di produzione Mario dovette formare un buon numero di lavoratori, molti dei quali messicani, perché svolgessero la maggior parte del lavoro di preparazione necessario alla costruzione di un telaio.

Lisa Confente:
Mario rispettava i ragazzi messicani che lo aiutavano. Pranzavano spesso insieme e a Mario piacevano le tortillas. Questi uomini venivano dal Messico e facevano sacrifici per prendersi cura delle loro famiglie, mandavano a casa ogni centesimo. Queste erano le persone che Mario ammirava, quelle che lavoravano sodo e si prendevano cura delle loro famiglie. Lui era così Vecchio Mondo “.
Elisa ricorda anche il viaggio in Italia dell’aprile 1976 dove incontrarono Tullio Campagnolo e il campione Eddy Merckx.

Elisa:

“Eddy stava facendosi massaggiare prima della gara Milano-San Remo, quando rivolto a Mario disse “Hey Mario! Adoro le tue bici e ne vorrei un’altra fatta da te.“, mario replicò che poteva costruire molte biciclette per lui se gli faceva firmarne i telai con il suo nome”. Negli Stati Uniti una delle cose più indigeste a Mario era la scarsa padronanza della lingua. In Italia era come un’altra persona: era così forte laggiù.”.

Tuttavia, quando si trattava di costruire e commercializzare biciclette, Mario era tutt’altro che “Vecchio Mondo”, una sera lui e Faliero Masi si recarono al velodromo dell’Encino dove Jerry Ash, velocista e campione negli anni ’70, era in pista per allenarsi. I due lo convinsero a costruirgli un telaio da pista personalizzato.

Jerry Ash: “Prima di ricevere il telaio Masi, correvo con un Rickerts e prima ancora un Paramount. Andai alla fabbrica Masi a Carlsbad dove mi presero le misure per il telaio che Mario poi costruì. Volevo un telaio da pista completo che fosse performante nello sprint. Il primo giro sulla bici fu fantastico.“.

Eddy Merckx con Mario Confente

Nonostante fosse incoraggiante che i migliori corridori cominciavano a riconoscere la qualità della nuova impresa Masi USA, Mario non era soddisfatto. Quello che davvero gli mancava era la possibilità di costruire telai marcati con il proprio nome. Fin dal suo inizio l’operazione Masi USA non  riuscì mai a decollare dal punto di vista organizzativo e commerciale; forse fu questo ad attirare l’interesse speculativo di un importante imprenditore del New Jersey, Bill Recht, il quale tentò con ogni mezzo di acquistare l’azienda da Roland Sahm. Incapace di raggiungere il suo obiettivo, Recht riuscì comunque a “conquistare” il loro migliore talento offrendo a Confente di supportarlo economicamente nell’apertura della sua azienda. Per Mario era un sogno che si realizzava, avrebbe finalmente costruito bici con il suo nome, o almeno così questa era la sua speranza.

Nel 1976 a Los Angeles nacque così la “Custom Bicycles by Confente” dei soci Mario Confente e Jim Cunningham. Una delle prime cose che Mario fece appena aperta la società fu contattare di nuovo Jerry Ash e offrirsi di costruirgli una bici da strada e da pista; nel triennio 1976/78 Ash corse con suoi telai nel Campionato del Mondo arrivando settimo nel 1977, risultato mai raggiunto da un corridore americano in oltre un decennio.
In poco tempo anche altri corridori professionisti, tra cui Jonathan Boyer, si recarono a Los Angeles per poter avere un telaio Confente. I telai costruiti da Mario stavano diventando un punto di riferimento e soprattutto un nuovo standard costruttivo nel mercato USA delle biciclette da competizione.

Lisa:
Mario si è gettato anima e corpo in questa avventura. Ha lavorato come un demonio. Avrei fatto qualsiasi cosa per strapparlo dalla sua officina di Los Angeles, ma lui non usciva prima di aver finito e ripulito perfettamente il suo laboratorio. Lo avrei aiutato a pulire il pavimento pur di tirarlo fuori di lì.”.

I telai Confente ebbero un enorme successo al salone della bicicletta di New York il primo anno in cui furono presentati.

Tom Kellogg, di Spectrum Cycles:
Mario fece cose meravigliose e spinse i costruttori americani oltre uno stile estetico un po’ semplice che tutti noi qui avevamo. Ci costrinse a ripensare il nostro approccio. I telai di Mario erano i primi a combinare la qualità americana e il look italiano. Non era mai stato fatto prima. In poco tempo poi anche gli americani hanno reso il look dei loro telai più agile”.

Ben Serotta:
Dopo aver visto le biciclette di Confente al salone di New York, ci siamo resi conto che aveva alzato gli standard”.

Richard Sachs:
Ricordo di essermi chiesto, cosa può mai fare un costruttore a un telaio per poterlo fare costare così tanto?

Un telaio Confente costava 400$ rispetto ai 180$ di un Sachs.

Mario Confente:
Un telaio deve uscire perfetto sotto ogni punto di vista. Non si può sbagliare nemmeno di mezzo centimetro. I corridori se ne accorgerebbero subito e ne andrebbe della mia serietà. Quindi massima perfezione. I telai devono essere precisi. Debbono corrispondere alle misure della lunghezza delle gambe, del corpo e delle braccia. Non devono superare il chilogrammo e mezzo. I miei sono esattamente kg 1,490”.

Attrezzi e congiunzioni dell’officina di Mario Confente

La prima bicicletta numerata e marcata Confente

Il segreto della sua tecnica di saldatura stava nel lavorare ad una temperatura appena inferiore al punto di fusione dell’acciaio in maniera da non danneggiare, distorcere o cristallizzare il tubo evitando così di esporre la sua struttura molecolare ad un eccessivo calore, cosa che avrebbe indebolito il metallo. Per assemblare le sue bici usava soltanto i migliori componenti, equipaggiamento completo Campagnolo, manubri e selle Cinelli, tubolari Clement, trasmissioni e catene Regina, tubi d’acciaio Reynolds e Columbus.
Come ogni cosa bella e ben costruita diviene costosa, anche i telai di Mario, eleganti e tecnicamente ben realizzati e innovativi, erano molto cari per i prezzi dell’epoca, tanto che Bill Recht decise di trarre maggiori profitti sfruttando la fama del nome “Confente”. All’insaputa di Mario, Recht organizzò il lancio del nuovo marchio “Medici by Confente” al successivo New York Bicycle Show. In realtà si trattava di telai realizzati con scarse imitazioni delle congiunzioni progettate e brevettate da Mariom, venduti a prezzo decisamente più economico e prodotti in numero elevato ma comunque firmati Confente (oltre alla condizionale che obbligava i grossisti all’acquisto di 5 bici Medici per ogni Confente). Quando prima della fiera di NY Mario scoprì il piano di Recht e presentò insieme al socio Jim Cunningham (conosciuto alla Masi verso la fine del 1975) le sue dimissioni, Recht aveva già messo in atto una sofisticata trappola legale con la quale riuscì ad appropriarsi di tutti i diritti sulle invenzioni Confente e addirittura ad impedire ai due di poter rientrare nella loro fabbrica per recuperare le attrezzature.
A pochi mesi di distanza, privato anche della possibilità di poter recuperare i propri strumenti di lavoro, Mario si diresse a nord verso l’unico posto dove sapeva di poter continuare a lavorare, Monterey, dove tempo addietro aveva incontrato Jonathan Boyer, l’astro nascente del ciclismo americano, e il suo sponsor George Farrier. Ora ci andava semplicemente per trovare un luogo dove poter lavorare. Fu così che Farrier ospitò Mario nell’officina meccanica situata nel proprio garage.

Farrier ricorda il giorno in cui Mario si presentò nella sua proprietà:
Mario entrò nel vialetto con la sua macchina. Rimasi sorpreso di vederlo e gli chiesi cosa ci facesse qui, con il suo forte accento italiano mi rispose che era qui per costruire biciclette.“.

Anche se gli alloggi di Farrier erano di prima classe, Mario desiderava ancora lavorare nel proprio negozio. Dopo la disfatta, economica e psicologica, dell’impresa con Recht, Mario e Jim Cunningham si impegnarono quindi a mettere insieme un nuovo piano aziendale.